Pensieri circolari

se i pensieri vanno dritti spesso sbagliano mira

30/08/18

Le infrastrutture, i loro costi e la loro utilità.


Uno dei problemi delle grandi infrastrutture è la manutenzione e la loro dismissione eventuale.
Eppure si continua a pensare come se le costruzioni fossere eterne come se bastasse costruirle perché rimangano funzionali all'infinito. Le persone si illudono di avere a che fare con opere eterne ma le garanzie date dai costruttori delle opere, sapendo che sono temporanee e arrivando perfino a prevederne una durata massima, arrivano a pochi decenni,.
Così la risposta più stupida che si può dare al crollo di un ponte è "costruiamo una nuova autostrada" come la Gronda. Così il problema delle vecchie autostrade rimane e se ne aggiunge quello della manutenzione della nuova. E il territorio continua a riempirsi di spazi e strutture abbandonate e fatiscenti.
Le infrastrutture devono essere il meno possibile per svolgere il loro scopo con una eventuale attenzione a contenere situazioni di emergenza e quelle che servono veramente in modo da mantenerle efficienti e funzionali. Invece, soprattutto in Italia, le infrastrutture spesso vengono costruite soprattutto per fare guadagnare chi le costruisce invece che per dare un servizio che serve.
La gronda sarebbe un potenziamento inutile. Già quando si è cominciato a parlare di Gronda i dati di Autostrade mettevano in evidenza che solo il 20% del traffico era di passaggio e non era attestato su Genova. E la Gronda poteva intercettare solo quel traffico, per di più facendo aggiungere qualche decina di chilometri alla percorrenza con il rischio che il navigatore consigliasse il percorso più breve nonostante le frecce mandassero a spigolare su per i monti, rendendo ulteriormente vana la infrastruttura aggiunta.
Mi ricordo i dibattiti quando ero consigliere comunale e si discuteva del PRG. Il ponte Morandi già a metà degli anni 90 era una patata bollente che nessuno voleva. Autostrade voleva levarselo e darlo al Comune con la scusa di costruire la Gronda ma il Comune non voleva averlo in carico perché costava troppo mantenerlo e proponeva di farlo demolire ad Autostrade per sostituirlo con la Gronda. Ma Autostrade non voleva perché demolirlo e sostituirlo costava troppo. Non a caso Autostrade la Gronda non voleva farla a sue spese. Così si è andati avanti facendo tapulli sul ponte come tutti gli abitanti di Certosa e del Campasso sanno per le notti passate a sentire i martelli pneumatici nei cantieri del ponte.


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30/06/18

Trasporto pubblico gratuito a Genova

Devo riconoscere che il sindaco Bucci ne sta facendo una buona, dice di lavorare alla realizzazione di un trasporto pubblico pagato interamente con prelievi alla fonte invece che integrando un prelievo parziale alla fonte con il pagamento di titoli di viaggio. Il pagamento del trasporto pubblico tramite una tassa (come avviene già per i rifiuti) lo avevo proposto alla giunta comunale nel 1994 quando ero consigliere comunale e mi avevano guardato come un marziano. Allora c'erano alcune realtà minori che l'applicavano, adesso lo fanno diverse municipalità. Vent'anni persi da giunte che avrebbero dovuto prendersi cura dei beni comuni. Quanto viene pagato attualmente in tasse permette di coprire parzialmente il servizio pubblico e la differenza può essere pagata tramite i titoli di viaggio o tramite un incremento di tassa. Adesso funziona come se per i rifiuti dovessimo pagare un tot per ogni sacchetto depositato. Immaginatevi se fosse così quante discariche abusive ci sarebbero. Lo stesso succede per la lordura prodotta dal trasporto privato. Ci troviamo un notevole inquinamento di aria e spazio perché il trasporto non è "gratuito", cioé prepagato e ognuno butta i suoi rifiuti trasportistici dove gli pare e piace Già adesso le persone pagano i trasporti pubblici, anche se non ne usano nessun, ma col fatto che se dovessero usarne dovrebbero pagare ulteriormente sono disincentivate ad usufruirne con aggravio alla mobilità generale e disincentivazione a rendere ulteriormente efficienti i trasporti pubblici. Ad opporsi molti a cui per altro non sembra assurdo pagare per lo smaltimento dei rifiuti quando potrebbero buttare i loro sacchetti dove gli pare e piace? Eppure lo fanno. Protestano dicendo che pagano la tassa sui rifiuti perché loro i rifiuti li producono ma vogliono pagare il bus solo se lo prendono. L'analogia però non è tra i rifiuti e i bus ma tra i camion della rumenta e i bus o tra i rifiuti e gli spostamenti urbani. Che poi ci siano persone così affezionate alla loro macchina che trovano ributtante anche solo mettere un piede su un bus lo posso tenere in conto ma lo considero come quelli che pensano giusto non dovere pagare niente per smaltire i loro mobili perché li portano col loro furgone nelle curve delle strade di collina. Col loro ragionamento io dovrei non voler pagare la tassa sui rifiuti visto che produco una quantità irrisoria di rifiuti non riciclati e quindi mi trovo a pagare lo smaltimento dei rifiuti di quelli che buttano tonnellate di rifiuti indistinti. Ma invece pago volentieri una tassa perché ho qualche possibilità in più di non vivere in un mondo di discariche maleodoranti. L'errore è considerare solo i rifiuti un servizio per tutti perché anche i rifiuti sarebbero un servizio solo per chi ne intende usufruire ma fortunatamente tutti ne usufruiscono (eccetto che gli scaricatori abusivi) come in fondo è anche per i trasporti urbani che in effetti sono un servizio per tutti (se non vogliamo considerare quei pochi che non escono di casa neppure per andare dal panettiere). Il problema per me non è pagare le tasse, ma avere i soldi delle tasse utilizzati per il bene comune e non per pagare la corruzione e lo spreco. Se avessi tutto ciò di cui ho bisogno fornito come servizio pubblico sarei ben felice di pagare molte più tasse perché pagato collettivamente, se non ci fosse corruzione e spreco, lo pagherei molto meno che individualmente. Per coprire totalmente i costi del trasporto pubblico, si tratterebbe di un aumento di un centinaio di euro l'anno di tasse da comparare ad un abbonamento annuale di quasi 400 euro. Già adesso ogni cittadino versa in tasse già circa un centinaio di euro per la voce trasporti pubblici. Il problema più grosso sarebbe quello di reggere all'aumento di richiesta di trasporto pubblico, ma è un rischio buono. Possibile che debba aspettare una giunta fascioleghista per vedere fare "qualcosa di sinistra"?

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12/06/18

Futuro

E' triste considerare che l'umanità ormai sta inabissandosi e che forse eviterà l'estinzione solo dopo una crisi in cui il dolore sarà immenso. Ma è quello che penso. E per questo chiedo scusa ai miei figli.

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18/08/16

Se è il preside a scegliere i prof...

Ho rinunciato a provare ad entrare ad insegnare all'università per non dover sottostare a concorsi truffaldini e ho cominciato a fare il professore nella scuola pubblica quando bisognava vincere un concorso pubblico veramente senza possibilità di barare o farsi raccomandare. Purtroppo però anche questa ultima possibilità per i non raccomandati sta sparendo con la selezione di docenti per chiamata da parte dei dirigenti. Pare che chi non viene selezionato vada a finire nei posti che restano non richiesti, ma non ci vorrà molto che l'assunzione dopo il concorso verrà convalidata solo se si viene selezionati, come avviene per le selezioni di personale delle UE.
In trenta e più anni di insegnamento ho trovato il primo dirigente competente solo da due anni. E mi ritengo fortunato. Gli altri decidevano in base a quanto i docenti erano accondiscendenti e non in base alla loro capacità. Quello che era ritenuto il migliore tra  i dirigenti passati ha cercato di allontanarmi perché lo disturbava la mia attività politica ed è riuscito ad allontanarmi per alcuni anni manipolando la normativa e costringendomi a ricorrere al TAR a mie spese per poter tornare. Eppure di solito i miei studenti apprezzano anche anni dopo (anzi forse di più negli anni dopo) il mio operato.
Spesso a fare i dirigenti non vanno i docenti più competenti ma solo quelli più arrivisti, gli altri continuano ad insegnare con passione. Spesso provano a lasciare l'insegnamento per avere più soldi e/o più potere ma vanno a fare un altro lavoro di tipo burocratico che di solito non è molto interessante per chi si è dedicato all'insegnamento. Quei dirigenti non sceglierebbero i docenti migliiori solo perché il lavoro di dirigenza ha perso la valenza educativa e si limita alla valenza economica. Se i dirigenti potessero fare i formatori, lasciando ai dirigenti amministrativi gli aspetti burocratici, ci sarebbero molti docenti motivati in più a fare il concorso non spinti solo dall'arrivismo. Ma più passa il tempo e più l'attenzione viene messa solo sugli aspetti economici e burocratici.
Il problema è la mentalità italiana. Quando hanno trasformato la dirigenza negli enti pubblici l'unica cosa che è cambiata è che sono aumentate le retribuzioni e data maggiore libertà di scelta discrezionale alle amministrazioni, ma, per quanto fosse prevista la possibilità di mandarli via, gli unici ad essere mandati via sono stati quelli che cercavano di opporsi al malaffare mentre gli allineati e coperti magari saltano da un incarico all'altro ma sempre in caldo restano con la scusa che tengono famiglia.
Non basta chiedere la valutazione dei dirigenti sul merito perché la mentalità italiana del "meglio incapace che insubordinato", soprattutto a livello politico, trova la sua piena espressione.
Non è solo nella pubblica amministrazione che gli italiani sono corrotti e corruttibili ma nella vita di tutti i giorni e il concorso pubblico (di provenienza napoleonica) era una forma di salvaguardia che cercava di arginare il malaffare che vede spesso gli italiani fustigatori della scorrettezza altrui ma sempre pronti a giustificare le proprie riserve.
Parlo dei concorsi veri, ovviamente, non quelli con uno o due posti dove la commissione ha già il nome del vincitore prima di iniziare, come succede all'università.
I concorsi veri ci sono quando il numero di posti sono parecchio superiori al numero di commissari e soprattutto quando le commissioni sono più di una e i candidati non sanno a priori a che commissione sono assegnati.
Quello che salvava i concorsi pubblici veri, quelli con centinaia di posti a disposizione, era proprio il fatto che non sapevi con chi capitavi da entrambe le parti e quindi la persona che avevi davanti la valutavi per quel che era non avendo la probabilità di capitare con i propri amici da piazzare.
Ai concorsi pubblici possono partecipare tutti, di solito. Poi si può discutere sulla validità di prove per valutare le competenze, ma questo è un altro problema.
E una maniera per distruggere il meccanismo dei concorsi è fare le cose come nell'ultimo concorso della scuola.
Essendo stato nominato di ufficio nelle commissioni dell'ultimo concorso da un giorno all'altro sono stato inserito nella commissione senza alcuna indicazione riguardo a quello che avrei dovuto fare e valutare. E nella prova al computer, per esempio, si chiedeva di fare delle mappe semantiche, che evidentemente hanno bisogno di strumenti grafici per essere disegnate, avendo a disposizione solo un input testuale.
Quanto poi alla soluzione di privatizzare tutto per risolvere i problemi del pubblico, ormai è una favola che oltre alla logica non regge neppure più all'esperienza visto il disastro che hanno portato le privatizzazioni di quasi tutti i servizi pubblici che hanno subito tale processo, con servizi peggiorati, costi aumentati e perdita di controllo da parte della collettività.
Anche nel settore privato in molti casi ho dovuto constatare che spesso invece che le persone più capaci si preferisce prendere persone "conosciute" "per non avere sorprese". Per quello che ho visto io, soprattutto con grandi numeri di assunti, la raccomandazione e le conoscenze sono il criterio primo che ovviamente penalizza soprattutto chi è più in basso nella scala sociale.
Adesso forse il problema non è più quello di farsi assumere ma di non farsi licenziare. Il criterio di selezione però non è cambiato. Solo che prima funzionava per l'assunzione e adesso per evitare il licenziamento.

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20/06/16

Capacità critica e alternanze

Guardiamola in positivo ... Con Musssolini ci sono voluti 20 anni e una guerra, con Berlusconi 20 anni senza guerra, con Renzi qualche anno di meno. Gli italiani ci mettono sempre meno a capire che qualcuno li sta prendendo per i fondelli a loro spese. Speriamo che arrivi il giorno in cui eviteranno fin dall'inzio di farsi prendere per i fondelli.
Vorrei raccomandare a tutti di darsi da fare perché non si debba provare coi ribaltoni. A chi ha vinto di diventare i veri controllori dei loro eletti senza lasciargliene passare nessuna, e a chi ha perso di provare a levarsi dai piedi i corrotti visto che non c'è molto da mangiare. Altrimenti al prossimo turno siamo punto e a capo.
Per me era evidente fin dagli anni '90 che, soprattutto in Italia, l'alternanza avrebbe significato solo che chi era al governo si dava da fare in maniera forsennata a rubare prima che la mano passasse agli altri, altro che fare bene per non rischiare di essere sostituiti!!
Continuerò a pensare che c'era più governabilità ai tempi del proporzionale e la stabilità era nella sostanza anche se cambiava un governo all'anno.

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05/03/16

Pescatori di uomini

Gv. 21
1 Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così:
2 si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli.
3 Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla.
Pietro ha tradito Gesù, ha rinnegato il suo insegnamento, ha detto io non c'entro. Gesù lo aveva messo a guida della sua Chiesa ma lui ha preferito salvarsi la vita e far finta di niente, tornare alle sue occupazioni, magari anche con l'aiuto di alcuni membri della Chiesa. Ma non riesce a fare niente di buono.
4 Quando già era l'alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù."
Pietro non riconosce neppure più colui a cui voleva dedicare tutta la vita. Il suo tradimento lo ha inaridito.
5 Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No».
Neppure la richiesta di aiuto di chi ha fame riscuote Pietro alla sua chiamata.
6 Allora disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci.
Gesù capisce che deve di nuovo chiamare Pietro alla sua missione e suggerisce a Pietro e agli altri discepoli di fare qualcosa di particolare, di provare a seguire le sue indicazioni per riuscire a fare una cosa che poco prima non erano riusciti a fare. Era la stessa cosa che era successa il giorno in cui lo aveva chiamato a fare il pescatore di uomini. Fortunatamente Pietro e gli altri si lasciano tentare a fare una cosa senza senso, come la volta prima, e vengono premiati.
7 Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi la sopravveste, poiché era spogliato, e si gettò in mare.
Ma non basta ancora, Pietro è sempre l'ultimo a capire, dovrà dirglielo Giovanni, il giovane del gruppo, che è Gesù a chiamarlo. Come Adamo ed Eva quando commettono il peccato originale, si accorge di essere nudo, si vergogna e vuole vestirsi. Sa di essere in colpa e vorrebbe essere perdonato.
8 Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: infatti non erano lontani da terra se non un centinaio di metri.
9 Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane.
10 Disse loro Gesù: «Portate un po' del pesce che avete preso or ora».
Gesù, il viandante sconosciuto, non ha bisogno dei pesci di Pietro, ne ha già, ha anche il pane, ma vuole condividere il proprio cibo con quello di Pietro, darne a lui del proprio e prendere del suo. Vuol fare vedere a Pietro come dovrebbe fare, non limitarsi a curare il proprio interesse, tornando ai propri affari.
11 Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò.
Gesù fa in modo che anche gli strumenti deboli di Pietro che fa il suo volere siano in grado di fare molto più di quello che sembrano poter fare.
12 Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», poiché sapevano bene che era il Signore.
Pietro e gli altri si sentono inguaiati e sperano di cavarsela facendo finta di niente. Sanno che dovrebbero rendere conto dei loro atti a Gesù ma sperano di poterlo evitare facendo finta di non conoscerlo. E' forse il momento in cui Pietro si dimostra più meschino. E' perfino peggio di quando ha rinnegato Gesù al tempio. Almeno lì c'era la scusante che rischiava la pelle. Adesso no, adesso a spingerlo a non voler riconoscere Gesù è solo la vergogna e la paura di dover perdere le propria comodità, agiatezza, le proprie barche e tutto quello che per alcuni anni aveva lasciato per seguire Gesù ma che era subito tornato a riprendersi.
13 Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce.
14 Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti.
15 Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo». Gli disse: «Pasci i miei agnelli».
Gesù non dice a Pietro, ti amo anche se mi hai tradito, ma al contrario chiede a lui "tu mi ami?".
"Ma sei proprio sicuro di amarmi? Quando mi dicevi che avresti fatto tutto per me erano parole tue o
parlavi tanto per fare, parole dette in momenti di esaltazione?". E Gesù non chiama Pietro con il suo soprannome, con l'affetto di quel nome che gli ha dato all'inizio dell'avventura, ma lo chiama come un ufficiale dell'anagrafe, formalmente, e gli chiede se il suo amore è un affetto generico o qualcosa di grande, ancora maggiore di quello degli altri discepoli. Pietro risponde una frase fatta, già detta: "certo che ti amo". Allora Gesù gli dice, a lui pescatore, di pascolare gli agnelli. Gli dice di nuovo che deve cambiare, che non può ritornare a fare quello che faceva.
16 Gli disse di nuovo: «Simone di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo». Gli disse: «Pasci le mie pecorelle».
Ma Gesù si rende conto che è una risposta detta con la bocca ma non con la mente e ancor meno col cuore. E gli chiede di nuovo "tu mi ami?". "Pietro non voglio sapere quello che pensi di dovermi rispondere, non voglio un capo della Chiesa che si preoccupa della forma, che dice belle parole che non sente". E Pietro "ma certo che ti amo!". E Gesù di nuovo gli dice "Smetti di fare il pescatore e metti a fare il pastore", basta con le occupazioni precedenti, altrimenti continuerai a non prendere pesci, fai quello che ti dico io.
17 Gli disse per la terza volta: «Simone di Giovanni, mi ami?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi ami?, e gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecorelle.
18 In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi».
19 Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: «Seguimi».


E Gesù: "ma tu mi ami?" Solo a quel punto Pietro si rende conto che le sua frasi fatte, le sue certezze non dimostrate, i suoi tradimenti di senso non sono quello che interessa a Gesù. Gesù sta sgridando il capo della sua Chiesa che tradisce lo spirito della sua missione con frasi vuote. Vuole una risposta ponderata, vera. E Pietro sente il dolore del suo tradimento, un tradimento forse ancora più cattivo di quello fatto nel cortile con la serva che lo indicava. E il dolore lo riscuote. Solo a questo punto Gesù lo libera dalla pressione. Finalmente ha smesso di fare finta, finta di aver capito la sua parola per poi non metterla in pratica, finta di rispondere alle sue domande senza neppure ascoltarle. Il dolore di Pietro lo rende vero e lo trasforma. Solo a quel punto Gesù gli ridice "seguimi". Questa volta si può ripartire con più forza di prima, forti dell'errore compreso e superato.
20 Pietro allora, voltatosi, vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, quello che nella cena si era trovato al suo fianco e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?».
21 Pietro dunque, vedutolo, disse a Gesù: «Signore, e lui?».
Pietro ha un ulteriore rigurgito di egoismo. Giovanni, il giovane discepolo simpatico a Gesù, si intrufola dietro a Pietro e Gesù. Pietro è infastidito, voleva essere da solo con Gesù per parlare a quattrocchi. Non vuole dividere l'importanza del momento.
22 Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te? Tu seguimi».
Gesù lo rimette a posto. Se fai il Capo della Chiesa devi avere umiltà, devi lasciare spazio a chi verrà dopo di te.

Gesù forse adesso è arrivato in tempo per dire alla chiesa "Seguimi".
Ero addolorato di come la gerarchia ecclesiastica stava evolvendo ulteriormente con Benedetto XVI. Ma poi è arrivato Francesco.
Nel racconto evangelico della pesca miracolosa era forse la prima volta che la Chiesa veniva sgridata per aver abbandonato la sequela di Cristo e per di più facendo finta di non vedere Gesù e dedicandosi ai suoi affari. Sembra di vedere la gerarchia dei Ratzinger o dei Bertone che trova scuse per non dover seguire Gesù, che riesce a farsi detestare non tanto per la necessità di dire cose vere quanto per un modo arrogante di presentare le cose, che si fa scortare armata sull'altare come Bagnasco, che fa odiare la Chiesa perfino ai cristiani, che allontana gli incerti. Una chiesa che non riesce più a pescare neppure un pesce. Ma a questa Chiesa evidentemente Gesù ha continuato a chiedere "tu mi ami?". Non so quante volte ancora dovrà rispondere prima che Gesù la smetta di rifare la stessa domanda a chi risponde con frasi fatte, ma forse qualche risposta buona sta arrivando. Non so se la Chiesa ha provato il dolore che ha permesso a Pietro di rendersi conto che la risposta deve essere vera e che questa risposta richiede un cambiamento, una nuova sequela. Forse alla fine nuovamente Pietro ha deciso di cingersi e andare incontro a Gesù e a provare a seguirlo. Nonostante poi ancora affiorasse l'arroganza di Pietro disturbato dalla presenza del discepolo che Gesù amava. Forse Francesco è il discepolo che Gesù ama e che Pietro voleva tenere da parte.
Il cambiamento avvenuto nella Chiesa ha avuto del miracoloso, qualcosa fuori dalle logiche umane. Non so cosa abbia indotto Ratzinger ad abdicare e cosa abbia portato Francesco al soglio di Pietro ma ho la sensazione che se lo Spirito Santo esiste, in quei giorni si è dato parecchio da fare.
Francesco ripete che la Chiesa deve avere attenzione ai poveri, ma ancora di più dice ai cristiani "siate poveri" ma questo non viene riconosciuto. I poveri nella Chiesa, per Francesco, non sono una categoria protetta, ma solo la sua essenza. Più passa il tempo e più temo per la sua vita.

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23/02/16

Politica, vecchi alberi e giovani piantine.

Sembrerò apocalittico ma ho la sensazione che vi sia un atteggiamento comune tra coloro che cercano di opporsi alla distruzione del pianeta di coazione a ripetere.
La realtà ci risulta talmente insopportabile che la rimuoviamo e facciamo finta che nulla sia cambiato.
Facciamo azioni "come siamo soliti fare" come se continuassero ad avere la stessa efficacia dando la colpa al resto del mondo se non lo sono più, senza porci il problema che è cambiato il mondo.
Servirebbe un approccio un po' più disincantato. Sarà che io ho a che fare ogni giorno con ragazzi tra i 16 e i 19 anni, non solo i miei figli per i quali potrei pensare come ad una situazione personale, che mi costringono a tenere conto che quello che mi coinvolgeva alla loro età non li riguarda più neppure di striscio. E come per i giovani vale per quelli solo più giovani. Non si può continuare a pensare che il proprio agire solo perché è stato efficace in passato lo sia necessariamente anche adesso. E dirò di più, io ho difficoltà a pensare di essere in grado di concepire qualcosa di efficace nel mondo attuale dato che ho una visione del mondo legata alla mia storia che mi vincola al già pensato e al già detto. Al massimo posso pensare di essere utile con la mia esperienza critica ad evitare errori grossolani a chi potrebbe immaginare cosa fare adesso con le persone di adesso.
Se continuo a pensare deleteria la rottamazione da parte dei giovani, ritengo salvifica l'auto rottamazione controllata da parte degli anziani. Non sono le piante giovani che abbattono i vecchi alberi per avere luce, sono gli alberi stessi che cadono dando nutrimento agli alberi giovani perché crescano secondo la loro natura.
Di conseguenza penso che ci si dovrebbe porre il problema di come aiutare i giovani a salvare il loro mondo, sempre che lo desiderino. Per fare questo bisognerebbe scoprire dove sono i giovani, dove vogliono portare il mondo, il loro mondo, dove lo stanno portando. Se ci va bene collaborare .... e se non ci va bene combatterli. :-)

Ancora mi rieccheggia la canzone del maggio di De André:
"Lottavano così come si gioca
i cuccioli del maggio era normale
loro avevano il tempo anche per la galera
ad aspettarli fuori rimaneva
la stessa rabbia la stessa primavera...”

Gli esseri umani hanno fasi della vita diverse ma per cambiare il mondo bisogna averne l'energia e la prospettiva.
In pratica, Quando riceverò degli inviti da giovani intraprendenti piedi di energie che pensano utile il mio contributo vedrò di attivare le mie torpide membra per aiutare ma se non c'è la loro energia è del tutto inutile che mi dia da fare per ricreare il mio mondo che è ormai svanito.

Non ho intenzione di promuovere "l'assenza o la carenza di persone anziane". Io non rinuncio e sono ben disponibile a mettere a disposizione di chi è interessato il frutto delle mie esperienze e riflessioni. Ma penso che sia giusto che siano i giovani a richiedere, se lo desiderano, tale contributo, ha già poco senso sia io a proporlo, men che meno ad organizzarlo.
Negli anni 80 quando io ero giovane avevamo dei "vecchi saggi" da ascoltare (e magari contestare) da cui ci siamo fatti aiutare ad allontanare da Genova la Mostra Navale Bellica. Nel 2001 ho considerato ottuso l'atteggiamento dei giovani oppositori al G8 che disprezzavano noi chiamandoci "professori" quando provavamo a fare notare i problemi. Già allora ero disponibile ma quei giovani hanno preferito fare di testa loro e anche se sarebbe stato utile ci avessero ascoltato era giusto che decidessero per il loro futuro, sempre cosciente che le loro scelte dipendevano anche ciò che noi eravamo riusciti a tramandare loro.
E se ci saranno forze energiche che si impegneranno sui temi che condivido mi troveranno al loro fianco ad aiutare per quanto possibile nello sforzo e ancora più ad elargire, se richiesta, "saggezza" a piene mani. :-)
Non a caso mi rendo sempre disponibile a fare formazione sui temi più disparati. E ciò aumenta anche il mio entusiasmo. :-)
Riguardo ai metodi penso che non sia sufficiente sapere che nel tempo dei frutti li hanno dati.
Penso che lo sciopero in passato abbia scardinato sistemi di potere in quanto azione diretta che incideva realmente nel conflitto. Poi a poco a poco si è trasformato in azione simbolica con un valore poco più che testimoniale, perdendo di efficacia. Il problema non è lo strumento ma il suo utilizzo.
Analogamente le manifestazioni un tempo erano prove di forza in cui si metteva in mostra una forza senza applicarla nel conflitto ma come deterrente per le azioni dell'avversario.
Andreotti non si sarebbe mai permesso di ignorare qualche decina di migliaia di persone in manifestazione per il semplice fatto che sapeva che se le avesse ignorate il livello dello scontro sarebbe salito fino a diventare insostenibile anche per lui. Berlusconi ignorando una manifestazione di quasi un milione di persone senza che ci fosse la minima conseguenza ha dimostrato non tanto che le manifestazioni sono inefficaci ma che chi manifestava non era più in grado di farlo come strumento di gestione del conflitto.
In questo senso penso che sia necessario tenere conto del mondo che cambia, non solo in meglio ma anche in peggio, senza con ciò farsi prendere dalla depressione ma sapendo adeguarsi anche quando il gioco si fa più duro. E se l'avversario è troppo forte, imparando anche ad agire nell'ombra per conservare la possibilità di agire in futuro quando le condizioni sono più favorevoli, come fecero gli amanuensi che copiavano i testi latini e greci perché il mondo non li perdesse, senza sprecare energie con metodi fini a se stessi e senza efficacia.
In ogni caso gli insuccessi quasi sempre sono dovuti all'avere trascurato di tramandare conoscenze, capacità critica e competenze concentrandosi solo sull'agire gratificante (anche se magari inefficace).

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