Pensieri circolari

se i pensieri vanno dritti spesso sbagliano mira

05/03/16

Pescatori di uomini

Gv. 21
1 Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così:
2 si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli.
3 Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla.
Pietro ha tradito Gesù, ha rinnegato il suo insegnamento, ha detto io non c'entro. Gesù lo aveva messo a guida della sua Chiesa ma lui ha preferito salvarsi la vita e far finta di niente, tornare alle sue occupazioni, magari anche con l'aiuto di alcuni membri della Chiesa. Ma non riesce a fare niente di buono.
4 Quando già era l'alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù."
Pietro non riconosce neppure più colui a cui voleva dedicare tutta la vita. Il suo tradimento lo ha inaridito.
5 Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No».
Neppure la richiesta di aiuto di chi ha fame riscuote Pietro alla sua chiamata.
6 Allora disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci.
Gesù capisce che deve di nuovo chiamare Pietro alla sua missione e suggerisce a Pietro e agli altri discepoli di fare qualcosa di particolare, di provare a seguire le sue indicazioni per riuscire a fare una cosa che poco prima non erano riusciti a fare. Era la stessa cosa che era successa il giorno in cui lo aveva chiamato a fare il pescatore di uomini. Fortunatamente Pietro e gli altri si lasciano tentare a fare una cosa senza senso, come la volta prima, e vengono premiati.
7 Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi la sopravveste, poiché era spogliato, e si gettò in mare.
Ma non basta ancora, Pietro è sempre l'ultimo a capire, dovrà dirglielo Giovanni, il giovane del gruppo, che è Gesù a chiamarlo. Come Adamo ed Eva quando commettono il peccato originale, si accorge di essere nudo, si vergogna e vuole vestirsi. Sa di essere in colpa e vorrebbe essere perdonato.
8 Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: infatti non erano lontani da terra se non un centinaio di metri.
9 Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane.
10 Disse loro Gesù: «Portate un po' del pesce che avete preso or ora».
Gesù, il viandante sconosciuto, non ha bisogno dei pesci di Pietro, ne ha già, ha anche il pane, ma vuole condividere il proprio cibo con quello di Pietro, darne a lui del proprio e prendere del suo. Vuol fare vedere a Pietro come dovrebbe fare, non limitarsi a curare il proprio interesse, tornando ai propri affari.
11 Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò.
Gesù fa in modo che anche gli strumenti deboli di Pietro che fa il suo volere siano in grado di fare molto più di quello che sembrano poter fare.
12 Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», poiché sapevano bene che era il Signore.
Pietro e gli altri si sentono inguaiati e sperano di cavarsela facendo finta di niente. Sanno che dovrebbero rendere conto dei loro atti a Gesù ma sperano di poterlo evitare facendo finta di non conoscerlo. E' forse il momento in cui Pietro si dimostra più meschino. E' perfino peggio di quando ha rinnegato Gesù al tempio. Almeno lì c'era la scusante che rischiava la pelle. Adesso no, adesso a spingerlo a non voler riconoscere Gesù è solo la vergogna e la paura di dover perdere le propria comodità, agiatezza, le proprie barche e tutto quello che per alcuni anni aveva lasciato per seguire Gesù ma che era subito tornato a riprendersi.
13 Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce.
14 Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti.
15 Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo». Gli disse: «Pasci i miei agnelli».
Gesù non dice a Pietro, ti amo anche se mi hai tradito, ma al contrario chiede a lui "tu mi ami?".
"Ma sei proprio sicuro di amarmi? Quando mi dicevi che avresti fatto tutto per me erano parole tue o
parlavi tanto per fare, parole dette in momenti di esaltazione?". E Gesù non chiama Pietro con il suo soprannome, con l'affetto di quel nome che gli ha dato all'inizio dell'avventura, ma lo chiama come un ufficiale dell'anagrafe, formalmente, e gli chiede se il suo amore è un affetto generico o qualcosa di grande, ancora maggiore di quello degli altri discepoli. Pietro risponde una frase fatta, già detta: "certo che ti amo". Allora Gesù gli dice, a lui pescatore, di pascolare gli agnelli. Gli dice di nuovo che deve cambiare, che non può ritornare a fare quello che faceva.
16 Gli disse di nuovo: «Simone di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo». Gli disse: «Pasci le mie pecorelle».
Ma Gesù si rende conto che è una risposta detta con la bocca ma non con la mente e ancor meno col cuore. E gli chiede di nuovo "tu mi ami?". "Pietro non voglio sapere quello che pensi di dovermi rispondere, non voglio un capo della Chiesa che si preoccupa della forma, che dice belle parole che non sente". E Pietro "ma certo che ti amo!". E Gesù di nuovo gli dice "Smetti di fare il pescatore e metti a fare il pastore", basta con le occupazioni precedenti, altrimenti continuerai a non prendere pesci, fai quello che ti dico io.
17 Gli disse per la terza volta: «Simone di Giovanni, mi ami?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi ami?, e gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecorelle.
18 In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi».
19 Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: «Seguimi».


E Gesù: "ma tu mi ami?" Solo a quel punto Pietro si rende conto che le sua frasi fatte, le sue certezze non dimostrate, i suoi tradimenti di senso non sono quello che interessa a Gesù. Gesù sta sgridando il capo della sua Chiesa che tradisce lo spirito della sua missione con frasi vuote. Vuole una risposta ponderata, vera. E Pietro sente il dolore del suo tradimento, un tradimento forse ancora più cattivo di quello fatto nel cortile con la serva che lo indicava. E il dolore lo riscuote. Solo a questo punto Gesù lo libera dalla pressione. Finalmente ha smesso di fare finta, finta di aver capito la sua parola per poi non metterla in pratica, finta di rispondere alle sue domande senza neppure ascoltarle. Il dolore di Pietro lo rende vero e lo trasforma. Solo a quel punto Gesù gli ridice "seguimi". Questa volta si può ripartire con più forza di prima, forti dell'errore compreso e superato.
20 Pietro allora, voltatosi, vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, quello che nella cena si era trovato al suo fianco e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?».
21 Pietro dunque, vedutolo, disse a Gesù: «Signore, e lui?».
Pietro ha un ulteriore rigurgito di egoismo. Giovanni, il giovane discepolo simpatico a Gesù, si intrufola dietro a Pietro e Gesù. Pietro è infastidito, voleva essere da solo con Gesù per parlare a quattrocchi. Non vuole dividere l'importanza del momento.
22 Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te? Tu seguimi».
Gesù lo rimette a posto. Se fai il Capo della Chiesa devi avere umiltà, devi lasciare spazio a chi verrà dopo di te.

Gesù forse adesso è arrivato in tempo per dire alla chiesa "Seguimi".
Ero addolorato di come la gerarchia ecclesiastica stava evolvendo ulteriormente con Benedetto XVI. Ma poi è arrivato Francesco.
Nel racconto evangelico della pesca miracolosa era forse la prima volta che la Chiesa veniva sgridata per aver abbandonato la sequela di Cristo e per di più facendo finta di non vedere Gesù e dedicandosi ai suoi affari. Sembra di vedere la gerarchia dei Ratzinger o dei Bertone che trova scuse per non dover seguire Gesù, che riesce a farsi detestare non tanto per la necessità di dire cose vere quanto per un modo arrogante di presentare le cose, che si fa scortare armata sull'altare come Bagnasco, che fa odiare la Chiesa perfino ai cristiani, che allontana gli incerti. Una chiesa che non riesce più a pescare neppure un pesce. Ma a questa Chiesa evidentemente Gesù ha continuato a chiedere "tu mi ami?". Non so quante volte ancora dovrà rispondere prima che Gesù la smetta di rifare la stessa domanda a chi risponde con frasi fatte, ma forse qualche risposta buona sta arrivando. Non so se la Chiesa ha provato il dolore che ha permesso a Pietro di rendersi conto che la risposta deve essere vera e che questa risposta richiede un cambiamento, una nuova sequela. Forse alla fine nuovamente Pietro ha deciso di cingersi e andare incontro a Gesù e a provare a seguirlo. Nonostante poi ancora affiorasse l'arroganza di Pietro disturbato dalla presenza del discepolo che Gesù amava. Forse Francesco è il discepolo che Gesù ama e che Pietro voleva tenere da parte.
Il cambiamento avvenuto nella Chiesa ha avuto del miracoloso, qualcosa fuori dalle logiche umane. Non so cosa abbia indotto Ratzinger ad abdicare e cosa abbia portato Francesco al soglio di Pietro ma ho la sensazione che se lo Spirito Santo esiste, in quei giorni si è dato parecchio da fare.
Francesco ripete che la Chiesa deve avere attenzione ai poveri, ma ancora di più dice ai cristiani "siate poveri" ma questo non viene riconosciuto. I poveri nella Chiesa, per Francesco, non sono una categoria protetta, ma solo la sua essenza. Più passa il tempo e più temo per la sua vita.

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09/08/12

Obbedienza

Obbedire è fare qualcosa che non faremmo (perché non ci conviene o perché non ne abbiamo voglia) perché qualcun'altro ce lo ha detto. Per esempio anche quando si obbedisce ad una legge si sta facendo qualcosa che ci limita o ci vincola perché qualcun'altro (un re o un'assemblea) ha deciso che bisogna fare così. E' una cosa che serve in una società per poter organizzare dei comportamenti collettivi.
In un approccio anarchico non esiste una legge o una regola, anche se scelta da una maggioranza ma neppure all'unanimità, che possa vincolare il singolo (che in ogni momento potrebbe cambiare la propria valutazione) ma il criterio da seguire è solo la propria coscienza. Ciò implica che non è possibile prevedere dei comportamenti collettivi, necessari in una progettazione sociale, ma solo attuare dei comportamenti collettivamente se tutti sono concordi nell'attuarli al momento.
Perciò l'obbedienza può essere utile al singolo permettendo di organizzare comportamenti collettivi che tornano a suo vantaggio anche se non immediato.
Ma non deve essere una obbedienza cieca, bisogna saper scegliere di non fare quella cosa non tanto perché non ci conviene o non ne abbiamo voglia, ma perché non è giusto farlo ed è negativo per la collettività. E questo bisogna saperelo fare anche quando l'ordine viene a proprio vantaggio personale considerando che lo svantaggio collettivo può superare il vantaggio personale. Quante volte si vedono persone che abusano di privilegi subendo poi in seguito le conseguenze negative del loro vantaggio immediato.
L'obbedienza non è una virtù ma una capacità. Bisogna sapere obbedire, quando è giusto per il bene comune, e disobbedire, quando ci viene ordinato qualcosa di ingiusto. E per fare entrambe le cose può servire coraggio. Ma per fare questo bisogna avere capacità critica. Altrimenti una società di individui egoisti il cui unico criterio è l'interesse personale soccombe a se stessa.

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19/05/12

Il vero terrorismo

Questi sono i veri terroristi, uccidono ragazzi semplici che vanno a scuola. Intendo che il terrore è una paura che non trova motivo nei propri atti. Il poliziotto che va ad arrestare un delinquente avrà paura ma è cosciente del rischio che corre, il soldato che esce dalla trincea sa il rischio che sta affrontando, ne ha paura, ma sa che ciò che rischia dipende da ciò che fa. Il magistrato che mette in galera dei delinquenti sa che rischia la loro reazione. Il dirigente d'azienda (o anche il politico) che fa scelte che possono mettere a rischio posti di lavoro, che distruggono risorse comuni, che in qualche maniera attaccano il benessere di altri sa che rischia la rivolta. Sonio tutte azioni deliberate di cui si può aspettare le reazioni. Uno studente che va a scuola non sta facendo nulla per cui dovrebbe rischiare di morire e un atto come quello serve solo a terrorizzare. Wikipedia scrive "Il terrore è uno stato di paura incontrollabile per un pericolo imminente ma non necessariamente reale", è vivere nella paura senza sapere perché. Ovviamente non sto inneggiando alla gambizzazione, anche perché penso che sia strumentalmente e opportunisticamente a favore di chi intende reprimere coloro che si afferma di volere "difendere" gambizzando. L'attentato di oggi alla scuola di Brindisi intitolata a Falcone e Morvillo nel giorno del passaggio per la città della Carovana Antimafia può intimorire una intera società, convincere che è meglio non intitolare le scuole a Falcone in modo da farlo dimenticare, non fare Carovane che chiamano la popolazione a chiedere si combatta la criminalità organizzata per non mettere a rischio l'intera popolazione e tutto questo per fare in modo che ci sia meno richiesta di repressione della delinquenza organizzata. In questi casi si è ad un bivio, arroccarsi e impaurirsi come vogliono coloro che mettono le bombe o reagire consapevolmente con coraggio trasformando il terrore in una lotta consapevole. Gli attentatori giocano di azzardo, se gli va bene la gente comincia a dire che è meglio non intitolare le scuole a Falcone, Borsellino o altro come loro, ma se trovano coraggio rischiano di essere repressi molto più di prima.

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12/11/11

Il coraggio di ricominciare

Oggi ho incontrato l'alluvione. Quando è venuto giù il pandemonio non ero a Genova e l'alluvione l'ho vista solo in tv e su youtube. Ma ieri mi ha scritto Margherita per chiedermi la disponibilità a levare fango. Era quanche giorno che mi domandavo se anche io sarei dovuto andare a fare qualcosa contro la melma o se la mia veneranda età mi dispensava. Ci ha pensato la travolgente Margherita a fugare i miei dubbi, dovevo andare.
Meta del mio intervento una officina per auto. Il mio primo pensiero è stato che avrei preferito un intervento in aiuto della mobilità sostenibile ma quando serve ... serve. Avvicinandomi con il bus la sensazione che mi riportava a tutte le precedenti alluvioni è stata l'immagine dellla polvere. Perché il primo elemento che rimane di una alluvione non è tanto il fango che spesso è nascosto, ma la polvere che si solleva e ricopre tutto, che in nuvole si vede da lontano per identificare i posti dove si è svolto il dramma.
La scena era la solita, dei garages nei fondi dei palazzi sotto il piano strada, tipica fattura dei palazzi degli anni 60-70. L'acqua proveniente dal Ferregiano è entrata per la rampa di discesa e ha raggiunto i due metri di altezza. Il segno dell'olio che galleggiava sull'acqua era ben evidente con la sua linea grigia sulle pareti.
C'erano ragazzi che lavoravano a ripulire attrezzi e materiali. L'acqua era ormai defluita tutta e nei giorni precedenti un gran lavoro di pale, carriole e cuffe ha liberato tutto dalla morsa del fango.
A prima vista quasi una situazione normale, che non si fa notare troppo, intorno, per le strade qualche metro sopra, la vita sembra già quasi normale eccetto che per l'alone di polvere che offusca l'aria. Ma ci vuole un po' di tempo per rendersi conto di quale può essere il dramma. Non è morte, non è dolore, è depressione e desolazione.
Ho cominciato mettendomi la tuta da lavoro per non sporcarmi il resto e mi sono messo a levare il fango dalle chiavi inglesi e dai bulloni, dalle guarnizioni e dalle punti di trapano. Intanto guardavo l'interno dell'officina, le auto coperte di fango misto a olio, intere ma da buttare via perché non c'è pulizia che possa riportarle ad uno stato decente. Tutta l'attrezzatura sparpagliata e mischiata. Una scena che mi scoraggerebbe completamente solo pensando a quanti giorni di lavoro sarebbero necessari per provare e recuperare le cose senza sicuramente riuscirci.
Eppure il meccanico riusciva anche a sorridere e con determinazione usava 'idropulitrice per levare l'olio dalle auto che aveva in custodia e che probabilmente dovrà ripagare aggiungengo danno alla distruzione della sua officina.
Io dopo alcune ore me ne sono tornato nella mia casa accogliente stanco morto ma senza dover pensare alla distruzione del mio domani.
Penso che il coraggio maggiore non sia tanto dei volontari che si sono prodigati gratuitamente per gli altri, per quanto siano encomiabili, ma sia di chi nonostante il disastro ha ancora voglia di ricominciare.

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